Recensioni a Una lezione sull’amore:
Il mito non ci salva
Enrico Cerasi, "L’indice della settimana" - Lunedì 1° maggio 2000
“Perché davvero io sono un fuoco divoratore, un dio geloso”, Troviamo scritto nel libro d’esordio di Silvio Mignano; ed è strano l’effetto di veder mescolate, come se niente fosse, una rielaborazione del mito di Alcinoo dell’”Odissea” con citazioni veterotestamentarie. Tuttavia non si tratta di un’ennesima versione dell’attuale inclinazione per il sincretismo, sulla scia della New Age. Si tratta invece, per fortuna, di un “giallo letterario”, scritto con un certo senso dell’ironia, con un buon ritmo narrativo, seppure non sempre capace di evitare una tendenza alla retorica. Il protagonista, Paolo Veronese, è un investigatore privato che, in una Roma più decadente che pre-giubilare, più affaticata da premonizioni di morte che affascinata dalle promesse dorate del liberismo, si trova a dover verificare l’originalità di un romanzo postumo di uno scrittore di talento: un certo Aurelio Schiavi, prematuramente scomparso - almeno così si crede -, affermatosi, se pure più che altro in un ristretto “milieu” letterario, come scrittore raffinato ma incomprensibile. La sua ultima opera, “Nausicaa”, rielaborando,appunto, la mitologia omerica, è il testo incompiuto del quale l’investigatore privato deve trovare la versione originale, apparentemente scomparsa; ma appunto in esso - almeno nelle pagine del romanzo che inframezzano il racconto di Paolo Veronese - che troviamo la “lezione sull’amore”: “L’amore è il più semplice, stupido e banale dei sentimenti e la sua proprietà più sconcertante è il suo disfarsi inevitabile nell’attimo stesso in cui lo si tratta seriamente”. Questo, dunque, è “L’odiato amore”: l’ennesima versione della coniugazione decadente di amore e morte, di essere e nulla, di sostanza e futilità. Ma perché Aurelio Schiavi odia tanto l’amore? In fondo, proprio qualche pagina più avanti del testo biblico citato, nel cosiddetto “Nuovo Testamento”, avrebbe potuto trovare l’espressione che “Dio è amore”, che senza amore non è possibile alcuna “opera buona”, ecc. Ma Nausicaa - “L’incarnazione del suo mito personale, la figlia di Alcinoo, il re benevolo che cerca di mitigare il destino avverso dei naufraghi e in particolare di Ulisse - innamorandosi di Ulisse, incarna appunto il mito dell’amore impossibile. Nausicaa è dunque il “negativo irriducibile della storia”, per usare l’espressione di Ernst Bloch; Nausicaa è ciò che nessuna visione ottimistica del progresso può redimere. Il “mito personale” di Aurelio è dunque il mito decadente, un po’ alla Ivan Karamazov, del mal irredento, dell’amore impossibile, della conciliazione sempre dilazionata. Paolo Veronese, il protagonista di Mignano, pur da semi-illetterato, immergendosi nell’indagine, si accorge di aver vissuto inconsciamente lo stesso mito, se pure nella versione più secolarizzata del donnaiolo immaturo e irresponsabile; così facendo mette in atto un processo di identificazione inconscia con lo scrittore defunto che lo porterà a risolvere un caso così inedito per lui. Ma prima di iscrivere questo romanzo nell’ambito di competenza degli Junghiani, è meglio avvertire che il processo, nel romanzo, nonostante la risoluzione del caso, non ha un esito positivo: il “mito personale” continua ad agire negativamente su Paolo Veronese. Leggendo il libro di Mignano si ha l’impressione, insomma, che la mitologia, in questa modernità, faccia fatica a funzionare, sì che la continua inserzione di elementi estranei ai vari mitemi riportati dall’autore indica appunto la frammentarietà, il disagio che nessuna mitologia può più colmare.
“Una lezione sull’amore” come un intricato rebus
Anna M.Crisafolli Sartori, "Gazzetta del Sud" - Lunedì 30 gennaio 2000
“Alla base dell'amore c'è sempre l'antropofagia”, come dire che amare significa farsi fagocitare dall'altro. Non lo crede Paolo Veronese, il simpatico protagonista dell'opera prima di Silvio Mignano, eppure è questa la sua sintetica “lezione sull'amore”, di cui egli stesso si meraviglia e con la quale mette in fuga il rivale quindicenne. Ma Paolo Veronese non è un professore e “Una lezione sull'amore” (Ed. Fazi - Roma - pagg. 122 - £. 20.000) non è un trattato bensì un giallo letterario, ironico, fresco, gradevolissimo, dalle cui pagine anche i personaggi appena abbozzati balzano rapidi e appaiono credibili. Silvio Mignano è nato a Fondi (Latina) e risiede in Kenya, ha trentaquattro anni e in questa sua prima prova come romanziere evidenzia una sorprendente padronanza delle tecniche narrative. Il lettore segue, in una crescente suspense, i tentativi di Paolo Veronese, un investigatore privato che si trova ad affrontare un'indagine insolita affidatagli dalla sorella di uno scrittore scomparso, Aurelio Schiavi. Alle prese con un testo di quest'ultimo, ancora inedito e stranamente non del tutto in linea con gli altri scritti dello stesso autore, egli cerca la chiave del rebus ma, confuso, disorientato e financo depresso, pare non raccapezzarsi. Mentre insegue l'obiettivo ed entra in contatto con intellettuali amici di Schiavi che provvedono a fornirgli elementi utili alla sua indagine, si trova all'improvviso a vivere una storia d'amore con una adolescente, che lo trova indifeso, ma riesce a ricaricarlo. Ben delineato è l'impaccio che nasce dallo scarto generazionale fra Paolo e Valentina, che evoca analoghe situazioni nel rapporto tra il defunto Schiavi e colei che si cela sotto il nome di Nausicaa. É così che Paolo riesce meglio a calarsi nel mondo di Aurelio col quale giunge quasi a identificarsi. Come lui infatti, vuol ripercorrere a ritroso la sua strada per divenire adolescente tra gli adolescenti, confondersi con loro all'ingresso del liceo in attesa della ragazzina che gli ha preso il cuore. Così nel libro in questione Aurelio spiegava a Nausicaa il suo rammarico: “Di quell'appuntamento mancato ho sempre conservato un senso di colpa, un rimorso incomprensibile ma non per questo meno presente, come se il non essermi trovato al tuo fianco durante i lunghi anni della tua vita di bambina fosse stato successivamente la causa prima delle tue e delle mie angosce, nonché l'origine della nostra incapacità di trovarci, della diversa velocità alla quale si sono mossi i nostri passi sempre negli anni a venire, troppo rapidi i miei, o troppo lenti i tuoi...”. Più d'una pagina come questa, riprodotta in corsivo nella levità della scrittura ricrea un'atmosfera sognante in una trama evanescente di memorie. Erano queste – a detta della sorella e degli amici – le prerogative dello scrittore scomparso: una eleganza mutuata dai classici e la capacità di contaminarlo di scritture raffinate. Silvio Mignano non indugia sui toni malinconici, conosce molto bene la misura e gioca proprio sulle variazioni di tono che risultano la carta vincente di questo romanzo. Eccede semmai nelle similitudini, peraltro sempre pertinenti, dove il termine di paragone con l'uomo, colto in un determinato atteggiamento, è tratto immancabilmente dal mondo animale. La scrittura, tuttavia, rimane agile e costellata di espressioni di indubbia efficacia. Figura delicata e patetica, Nausicaa continua a ricevere rose per volontà dell'estinto e nelle cui mani si trova la stesura definitiva di questo libro particolare, leggibile anche a ritroso e privo di un finale. Scritto ”per una sola lettrice”, oppure quale raffinato rompicapo per un detective? Il lettore lo scoprirà nella scena apocalittica ambientata a Venzia che conclude “Una lezione sull'amore”.
Letterarie investigazioni
Maria Vittoria Vittori, "Avvenimenti" - Domenica 19 dicembre 1999 - pag. 62
Strano davvero l’incarico ricevuto dall’investigatore Paolo Veronese: accertare l’autenticità del libro postumo di uno scrittore. Parte così, da un incarico un po’ per noia un po’ per sfida, in un tranquillo pomeriggio e in un ancor più tranquillo ufficio nel quartiere Prati, la narrazione di un intrigo un po’ sinuoso e un po’ morboso. Silvio Mignano è al suo primo libro, ma si rivela piuttosto abile nel trafficare con l’ambiguità. Assegna nomi cifrati, come Paolo Veronese (un rimando al pittore cinquecentesco Paolo Caliari detto il Veronese); si diverte a disseminare ovunque segnali dell’elegante fantasma di Tommaso Landolfi. Tanto per fare un esempio, si chiama “Le labrene”, dal titolo di un romanzo landolfiano, la casa editrice dello scrittore Aurelio Schiavi. E’ proprio sull’ultimo romanzo di Schiavi che Veronese deve indagare. Ed è così che l’investigatore, finora avvezzo ai pedinamenti dei soliti coniugi fedifraghi, parte all’esplorazione, molto più eccitante, del sottobosco letterario e della sua fauna, tra mormorii, piccole e grandi ripicche, maldicenze e cattiverie assortite. Il primo esemplare “faunesco” è Bernardo Ugolini: fisico abbondante, abbigliamento sciatto e dai colori stridenti, vezzi linguistici propri del critico letterario. “Che debbo dirti? Una felicità stilistica inusuale”: poi incontriamo il professor Sentimenti, editor pedante che vorrebbe tanto sentirsi “un saggio Nestore custode della verità dei suoi Ajace e Odisseo”, il professor Del Prado, amico e consigliere fidato di Schiavi, dall’eloquio forbito ma ahimè macchiato da una provincia campagnola, il plumbeo Dario Demetrio appartenente ad una specie in via d’estinzione, ovvero il filone di critica marxista che disprezza la fuga dal reale. Tornando al discorso sui nomi, c’è da dire che Nestore, Ajace e Odisseo non sono citati a sproposito, giacché il romanzo postumo di Schiavi s’ intitola “Nausicaa”: ci troviamo nello stesso ambito omerico, ma un Omero riveduto e scorretto, si potrebbe dire, da un’ironica volontà di gioco. Un esempio: rassicurando la fidanzata assai sospettosa della sua condotta, il Veronese solennemente afferma “Nessuno. Non c’è stato nessuno (come rivolgendosi beffardo al ciclope)”. E comunque Nausicaa è solo uno dei tanti nomi attribuibili alla creatura di cui si parla, anzi vaneggia, con toni tra lirico e esaltato, il buon Schiavi: è Cappuccetto Rosso, Alice, Lolita. Anzi Nabokov risulta essere l’autore preferito di Schiavi e, guarda caso, una sua frase, tratta da “La vera vita di Sebastian Knight”, campeggia come epigrafe al libro di Mignano. E non finisce qui il gioco di rimandi: anche Paolo Veronese, mentre è immerso nella lettura di “Nausicaa”, subisce il contagio di Nausiche e Lolite, cedendo al fascino acerbo ma molto sicuro di sé di Valentina, al figlia minorenne del professor Del Prado. Cosicché i percorsi di Schiavi, di Veronese e dell’autore si aggrovigliano mirabilmente, scambiandosi ad ogni passaggio suggestioni, indizi, ipotesi di lettura. Numerose sono le apparizioni che scandiscono tali percorsi: il mondo conosciuto sembra gradualmente trasformarsi in un ambiente malfido, ibrido, tra la voliera, la giungla e il sottobosco. Si materializzano creature a metà tra l’umano e l’animalesco. l’apparizione più ricorrente è quella di un uomo allampanato, dai lineamenti volpini, anzi da “mustelide”, che si materializza verso sera, sul Lungotevere, ma ogni personaggio sembra essere investito da una sorta di metamorfosi. In un club privato (agenzia di scambio coppie) dove incautamente Veronese si è rintanato alla ricerca di un posticino caldo, gli si avvicinano una sorta di uomo-scimmia e un allampanato aviforme; gli studenti che incontra all’università non sono che “piccoli uccelli intirizziti”, il gesto di Valentina che affonda il cucchiaio nel dolce gli richiama “il licaone che morde i garretti di uno gnu”, e perfino i suoi stessi movimenti gli sembrano quelli di una poiana. Sembra di trovarsi in uno di quei quadri iperrealisti e allucinati di Alberto Savinio. Come se non bastasse c’è un altro mistero: quello rappresentato da un disegno realizzato dallo stesso Schiavi e che Nausicaa, o meglio la ritrovata fanciulla che funge da modello a Nausicaa, ora mostra all’investigatore: si tratta “di una figura tozza, il cui muso prognato era a metà tra il babbuino e l’amadriade, e un’altra più slanciata, dalle spalle quadrate e con una testa smisuratamente piccola, ciconiforme”. (Ve li ricordate gli strani figuri del club privato?). E c’è un’altra figura misteriosa trovata da Veronese su un vecchio libro acquistato in una bancarella del Lungosenna, “una macchia scura ingobbita con un paio di occhi curiosamente torvi e la sagoma della grossa testa a metà tra il gatto e la civetta”. Va da sé che il bouquiniste da cui l’ha acquistato misteriosamente sparisce. Ma non solo le immagini, anche le parole concorrono ad accrescere la tormentosa ansia del Veronese: e, più di tutto, il ricorrente richiamo ad un fuoco purificatore: “E adesso brucia la roccia d’Ilio e con essa il palazzo di Alcinoo dove muovevi il peplo bianco, Nausicaa, e così possano ardere le tue membra gelide, restie a seguire l’incendio delle mie, perché davvero io sono fuoco divoratore, un dio geloso”. Il fuoco dell’Antico Testamento, il fuoco di Nabokov, il fuoco di “Nausicaa”, il fuoco metaforico e sempre ardente della letteratura trova al fine la sua compiutezza, la sua via d’accesso alla realtà: e Paolo Veronese, sospinto dal lampo dell’intuizione, arriva giusto in tempo a vederlo. A vedere cosa? L’incendio di un antico, glorioso teatro dove talvolta si è esibita Nausicaa. E gli sembra di vedere tra la folla – supremo omaggio o suprema beffa – la sagoma allampanata e mutante del fu Aurelio Schiavi.
Scrivere per...gioco
di Rodolfo Di Biasio, "Oggi 7" - Domenica 17 ottobre 1999 - pag. 25
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Un’intervista)
Delitto e castigo
Massimo Onofri, "Diario della Settimana" - Mercoledì 22 settembre 1999 - pag. 79
L’editore Fazi, ormai proiettato verso traguardi sempre più ambiziosi, inaugura una nuova collana di narrativa, "Le vele", con due libri:
I reni di Mick Jagger di Rocco Fortunato e
Una lezione sull'amore di Silvio Mignano. È di quest'ultimo che vi parlerò, anche perché è il solo di cui ho ricevuto le bozze: non me ne voglia dunque Rocco Fortunato, di cui, per altro, ho sentito dire un gran bene. Ma bene bisognerà anche dire del romanzo di Mignano, che accampa una singolare figura di investigatore privato, Paolo Veronese, gran collezionista di cravatte e personaggio in confidenza con qualche suo collega catalano: ne è venuto fuori un libro curiosissimo che è, insieme, un giallo filologico, il ritratto d'uno scrittore non troppo immaginario, una divertita riflessione sulla letteratura e sulla critica, sulla lettura e sull'interpretazione, ben lontana, si badi, dagli uggiosi giuochetti dei metascrittori molto metariflessivi. Ma andiamo con ordine. Tutto comincia quando Amalia Schiavi, volitiva sorella-agente letterario-manager di Aurelio, scrittore di culto e talentosissimo (come lo furono Landolfi e Savinio, gli autori italiani prediletti dallo Schiavi) si reca dal Veronese con un terribile sospetto: la casa editrice "Le Labrene" (lupus in fabula, come si vede) sta per pubblicare un inedito postumo del povero Aurelio, ma "le bozze incompiute" hanno tutta l'aria di esser state "manipolate" e integrate. Qui non si tratta dunque di cercar la femmina, come si direbbe alla franciosa, ma una frase, una sola frase. Amalia non ha dubbi: "Mio fratello ha sempre sostenuto che da una frase si può ricostruire l'intera opera di un autore, così come da un solo femore si risale alla figura completa di un animale preistorico, con tutta la muscolatura, la pelle e perfino l'espressione del muso". Se si pensa che tanta critica stilistica, il miglior strutturalismo e molto Contini hanno ritenuto possibile esercitare un'ermeneusi che, partendo da una vertebra del testo, potesse risalire alla sua spina dorsale e magari all'intero scheletro, si capisce anche come questo romanzo, per via d'ironica traslitterazione, finisca anche per sceneggiare fasti e nefasti di tanto formalismo critico. Insieme a un perplesso Veronese, noi non potremmo che opporre alla determinata e intraprendente Amalia una domanda di solido buon senso: "Perché ha pensato di rivolgersi a me piuttosto che a un critico letterario"? La risposta starà tutta nello svolgersi dei fatti: laddove, appunto, investigazione poliziesca e filologia si scambiano di ruolo, fino al combusto gran finale, risolto, appunto, dentro un'alta temperatura critica. A noi non resta che abbandonarci al gustoso trattato di zoologia fantastica che Mignano ricava dentro una Roma assai riconoscibile, dal gruppo di letterati che si sono intrattenuti in un qualche rapporto con lo Schiavi: l'Ugolini, patetico critico militante; il poeta e amico del defunto, Del Prado; il veteromarxista e accademico Demetrio; l'editore Ignazio e il suo consulente, il mestissimo professor Sentimenti. Senza dimenticare che la vicenda si annoda e si scioglie attorno a un doppio caso di lolitismo, giuocati, bisogna dirlo, dal lato d'una conoscenza di Nabokov tutt'altro che di seconda mano: il lolitismo di Schiavi, così come esce dal succitato inedito,
Nausicaa; il lolitismo di Veronese che cede velocissimo alle lusinghe d'una monella aerea e intraprendente, e figlia di Del Prado, il più bel personaggio del libro. Per aggiungere che qui gli enigmi della vita, le sue sovrapposizioni, non sono meno suggestivi di quelli letterari: in un romanzo fresco fresco, che ci fa ben sperare sul futuro di questo coltissimo scrittore.
Alla ricerca di Nausicaa tra fumisterie e falò
Bruno Quaranta, "La Stampa - Tuttolibri" - Sabato 18 settembre 1999 - pag. 5
Nel segno di Luigi Tenco. Una voce poco fa è l'epigrafe di "Le vele", neonata collana narrativa dell'editore Fazi. Italiana. Solo italiana. Un ennesimo atto di fiducia verso le nostrane energie, in bilico fra smisurati elogi e stroncature non meno sconnesse. Un antidoto contro il rischio isolato dal cantautore di scuola genovese: "Vogliono far di te un uomo piccolo, una barca senza vela". Ha lasciato per primo la rada "I reni di Mick Jagger", esordio romanzesco di Rocco Fortunato, chitarrista e cantante. Un filo autobiografico o quasi: verrà la malattia a folgorare un uomo "che ha sempre rubato e sprecato tutto: amore, talento, salute". Dalla vita alla finzione, al secondo titolo: "Una lezione sull'amore" di Silvio Mignano, trentaquattrenne di Fondi, dintorni di Latina, ora in Kenya. È un giallo letterario, un rebus che si avvita intorno a una figura alta, estranea ai giochi, alle beghe, al mercato, al suk, Chissà: Gadda o Savinio o Landolfi, o un loro mix. Con un’orma più nitida in direzione del divino Toni: la casa editrice "Le labrene", presso cui pubblicalo scomparso dioscuro pulsante nell'opera prima. Aurelio Schiavi (così si chiama il protagonista-fantasma) muore lasciando un inedito. La sorella dubita delle "Labrene" (sovviene - magiche contaminazioni - Landolfi: "Da bambino fantasticavo lungamente su cosa mi sarebbe avvenuto se un caso maligno mi avesse forzato a più intrinseci contatti, in altri termini a toccare una di loro od a subirne il tocco"). Teme, la donna, che le bozze incompiute siano state manipolate, che "Le labrene" abbiano tentato "in qualche maniera di completarle". Occorre indagare, accertare la verità (rompicapo antico, mille volte arduo, là dove impera l'invenzione). Inevitabile rivolgersi a un detective, tale Paolo Veronese, come il pittore, una citazione fra le altre, fra le innumerevoli. Forse un biglietto da visita che annuncia l'epilogo (pare) veneziano: in Laguna si congedò l'artista. Indaga, Paolo Veronese, indaga ancora. Sa poco o nulla del mondo che gli tocca setacciare. Verbosi critici e professori ed esperti in fumisterie lo attendono, lo confondono, lo cospargono di dubbi. Lasciare l'inchiesta? Avanzare nelle sabbie mobili? Avanti, avanti tutta, c'è un fuoco estremo che aspira, che calamita, che disarciona la tentazione di sciogliere il contratto. E c'è una donna, un'adolescente, Valentina, che impedisce la fuga, acerba e sensuale e devota com'è. E dunque: sia "Nausicaa" (il titolo del lavoro postumo) a occupare i giorni e le notti. "Nausicaa" che esiste, di là del racconto, dell'eco omerico, una fanciulla mensilmente inondata di fiori, depositaria della versione definitiva, di una certezza: "Probabilmente avrebbe (Aurelio Schiavi, ndr) continuato a lavorarci, ma senza arrivare mai a una chiusura nel senso più tradizionale. Amava ripetere che il libro poteva essere letto in tutte le maniere, anche à rebours, a ritroso. Però era diverso dagli altri, e in realtà ho i miei dubbi che fosse proprio destinato al pubblico". Ma Aurelio Schiavi tra cronaca e metacronaca, aspira (aspirava) non solo, o forse non aspirava affatto, a veder pubblicato il Parto ultimo. Alla maniera di Nabokov, il Nabokov di "Cose trasparenti", richiamato in auge da una citazione veterotestamentaria, mira (mirava) a impartire una lezione d'amore e di letteratura, evangelicamente rivolgendosi a un semplice, a un povero di spirito qual è Paolo Veronese. "In "Cose trasparenti” - aveva osservato lo scrittore - ritrovo tutto il disprezzo nabokoviano per le soluzioni più facili accarezzate da certa letteratura (...). E la cosa più straordinaria e il modo scelto per mortificare questi meccanismi: riproducendoli. Ecco allora che la conclusione di "Cose trasparenti" è proprio un bel falò come si deve, con tutti i dovuti cliché e il suo corollario di faville e schianti di legni bruciati". È molta la legna che Silvio Mignano accatasta. Ma non è ancora da ardere, resiste (spesso) all'invito della fiamma, è sospesa fra i due universi identificati dalla sorella di Aurelio Schiavi: "La verità è che loro scrivevano, mentre mio fratello faceva letteratura, ed erano ben coscienti della differenza, e non hanno mai potuto accettarlo".
Racconti d’Italia
M. A., "La Rivisteria - Librinovità" - Mercoledì 1° settembre 1999
Al di là dei giudizi critici positivi o negativi, non si può negare che negli ultimi anni i narratori italiani si siano dati da fare per creare un serbatoio di storie e tendenze significative, sottolineando un'accresciuta sensibilità letteraria di fine millennio, finalmente viva anche nel nostro Paese. Fazi, che ha raccolto discreti successi in libreria con autori – soprattutto stranieri – puntualmente fuori da schieramenti e pensieri preallestiti, lancia una nuova serie, "Le vele", che si inserisce in questo rinnovato panorama con un progetto che fa ben sperare gli affezionati lettori dell'editore romano. "Le vele" intende proporsi come un cantiere letterario e un osservatorio sulla realtà italiana in cui ricerca e tradizione – nuova narrativa ed esperienze già consolidate – si incontrano nella volontà di raccontare, nella libertà di movimento che dovrebbe sempre caratterizzare la scrittura e dare corpo e linguaggio a storie ed emozioni. Verranno quindi pubblicati testi di scrittori esordienti, giovani e meno giovani, accanto a opere di autori affermati. C'è da sperare che, come avvenuto fin qui, Fazi continui a seguire i propri percorsi di scelta, senza farsi influenzare dalle mode del momento. La sfida al gusto dei lettori è aperta e stimolante. I primi due titoli, entrambi di scrittori al primo romanzo, sono già in libreria: "I reni di Mick Jagger" di Rocco Fortunato e "Una lezione sull'amore" di Silvio Mignano.
Una lezione sull'amore
Sergio Monforte, "Il Tempo" - Venerdì 12 Novembre 1999 – pag. 27
Di padre in figlio: nel segno di una continuità che si distingue, tra l'altro, per una grande sensibilità culturale e per lo sviscerato amore verso i libri. Il padre era Salvatore Mignano, una delle figure più note di Gaeta, scrittore e critico letterario, scomparso qualche anno fa ed a cui il Comune ha intitolato la biblioteca cittadina. Il figlio è Silvio, 34 anni, che abbracciata la carriera diplomatica, è ora vice ambasciatore italiano a Nairobi, in Kenia. Ma, al di là dell'aspetto professionale, pur invidiabile, da tempo in Silvio Mignano è emerso il dna paterno, estrinsecatosi nella recente pubblicazione del primo romanzo del giovane diplomatico: "Una lezione sull'amore". L'opera prima di Silvio Mignano è un raffinato giallo letterario, avvincente ed intrigante, scritto con un linguaggio incisivo. Paolo Veronese è uno dei tanti investigatori privati che affollano le grandi città come Roma; ha un piccolo studio in una zona centrale e complicati e burrascosi rapporti sentimentali. Una mattina, una giovane donna lo ingaggia per indagare su un caso piuttosto insolito: verificare l'originalità del romanzo postumo di uno scrittore di culto, Aurelio Schiavi. Veronese si trova coinvolto, suo malgrado, in una indagine in cui sembra non raccapezzarsi minimamente, tanto più che resta invischiato in una relazione con la figlia adolescente del miglior amico di Schiavi. Ed ancora: giorno dopo giorno, il povero detective, ormai profondo conoscitore dell'opera dello scrittore scomparso, ha l'impressione di viverne la vita, quasi ne fosse una reincarnazione. Quindi, quando ormai nessuna via d'uscita pare possibile, una folgorante intuizione lo assiste e lo porta allo scioglimento inaspettato e sorprendente dell'intera vicenda. Prima di dare alle stampe questo romanzo, Silvio Mignano ha svolto un'intensa attività culturale a L'Avana, dove ha ideato ed organizzato le settimane della cultura italiana a Cuba con frequenti scambi di autori dei due Paesi. Nel 1995, ha pubblicato racconti in lingua spagnola sulla rivista "Union" di L'Avana e nel 1997, per i tipi della Feltrinelli, assieme a Danilo Manera, "L'isola che canta", traduzioni poetiche di giovani artisti cubani.
Dall’heavy metal al giallo editoriale, i talenti del 2000
"Il Messaggero" - Domenica 9 gennaio 2000, pag. 20
«Avvicinare scrittori italiani il cui sentimento della letteratura e del mondo coincide, pur nella inevitabile diversità di sguardo e di cifre stilistiche, con quanto ha ispirato e ispira l’attività della nostra casa editrice...». Con questi propositi, l’editore Fazi ha lanciato una nuova collana di narrativa, "Le vele", dove finora sono apparsi due romanzi. Il primo, I reni di Mick Jagger, racconta le tribolate esperienze di un trentacinquenne, l’autore Rocco Fortunato, il quale, in seguito a una grave malattia, ha dovuto abbandonare il gruppo "heavy metal" nel quale suonava. Imbottito di medicine, il protagonista s’ingegna a imparare nuove regole. Intorno a sé, negli ospedali, vede altri infermi incresciosamente condannati, come lui, alla dialisi. Benché viva una crudele e forse fatale condizione, egli riesce, con autoironia e con un tono persino scanzonato, a guardarsi dentro, ad accettarsi. Il secondo, Una lezione sull’amore di Silvio Mignano, è un romanzo più "indiretto", pazientemente orchestrato, dove contano l’intreccio, il recupero della "detective-story", la riflessione suscitata da strani eventi che si ripetono, la rappresentazione del mondo letterario-editoriale. Un investigatore privato indaga su un caso affatto insolito: deve verificare l’autenticità del romanzo postumo di uno scrittore di culto. Si troverà coinvolto, suo malgrado, in vicende tortuose; e quasi irretito nei lacci di un’umanità ambigua, querula, sfaccettata, da cui, grazie a un’intuizione finale, saprà però districarsi.
Recensioni a Le porte dell’inferno:
Stendhal e gli altri, feluche con il vizio di scrivere
Mignano, Jannuzzi, Incisa di Camerana: gli eredi italiani di una grande tradizione
Maurizio Chierici, "Corriere della Sera" - Domenica 15 luglio 2001
Gli ambasciatori e diplomatici italiani coltivano il vizio dello scrivere, saggi o racconti. La letteratura di altri Paesi testimonia una vocazione che dovrebbe essere naturale - come spiega Sergio Romano - in chi osserva la realtà nella quale lo immerge la professione. Ogni giorno compila rapporti, spedisce quei telegrammi che oggi non usano più: sono diventati «messaggi». Descrive le mutazioni invisibili di una politica in movimento non ancora affiorata nei giornali o nelle tv; disegna profili di protagonisti che avanzano o impallidiscono. Gli ingredienti ci sono. La commedia si compone nel diario compilato per le cancellerie. Eppure, salvo poche eccezioni, la differenza tra le nostre feluche e i sussurri di altre ambasciate è l' esiguità delle opere. Riflessione provocata da un romanzo di Silvio Mignano, giovane consigliere alla Farnesina, reduce da lunghe missioni a Cuba e nel Kenya. Le porte dell' inferno, editore Fazi, riproduce un labirinto che ha per sfondo zoo e Galleria d'Arte Moderna di Roma. La minaccia di crocifiggere un artista già morto e la sparizione di antilopi rarissime animano la ricerca di un poliziotto: bel tipo, abitudini Internet. Fa sognare ragazze più giovani di vent'anni. Potrebbe uscire da letture che Mignano ha frequentato negli anni dell'Avana quando stava scrivendo il primo romanzo, Una lezione sull' amore. Sere di discussioni con Leonardo Padura Fuentes, lo scrittore cubano più interessante del momento: in Italia lo pubblica Marco Tropea. Entrambi usano l' intrigo per spiare la società. I loro commissari muovono gli stessi passi, ma con una disinvoltura diversa. In Mignano morbidezza romana e scrittura non affannosa. Il protagonista non corre, non suda, non strabeve, come la creatura di Padura Fuentes. Nessuna leggenda nera. E la scrittura lo accompagna con eleganza anglosassone. «Romanzo», giusto ripeterlo perché è l' anomalia che divide gli italiani dalla tradizione diplomatica straniera. Anglosassone e francese, prima di tutto. Scrivere racconti sui tavoli delle ambasciate è l'abbandono nel quale si compiace Stendhal (si chiamava Henry Beyle) console di Parigi a Civitavecchia. Paul Claudel scrive versi e commedie nel consolato di Roma e dentro le ambasciate di Washington, Bonn, Pechino. Paul Morand si specchia nell' ironia di Oscar Wilde a Londra, Roma, Madrid. Ancora più affollata la pattuglia dei diplomatici inglesi nei quali la rappresentanza ufficiale sfuma nell' ambiguità di impegni top secret. Insomma, non trascurano lo spionaggio, Somerset Maugham e Graham Greene, scrittori dal doppio profilo protocollare. In Sierra Leone, dove agenti tedeschi e britannici si sfiorano negli anni della guerra, Greene recita la parte di un piccolo console e, fra un mormorio e l' altro, prende appunti per uno dei romanzi più belli, Il fattore umano (Mondadori). Lawrence Durrell racconta il disfacimento egiziano in romanzi conosciuti come «Il Quartetto di Alessandria»: Justine, Balthazar, Mountolive, Clea. Approfitta del dubbio necessario alla diplomazia, per osservare politica e perversione da prospettive diverse. Ma si diverte nei racconti de Le avventure di Antrobus (Fazi) sorridendo delle debolezze dei diplomatici che ha conosciuto. Per finire, John Le Carré (vero nome: David John Moore Cornwell): carriera e scrittura crescono sotto il Muro di Berlino. Le Carré, e non solo lui, si nasconde nella maschera di un altro nome. Regola non scritta degli italiani per non impegnare con analisi private l' ufficialità della diplomazia. Nella narrativa ci si sente un po' sciolti: Mignano ne è l' esempio e poco prima Giovanni Jannuzzi, ambasciatore a Buenos Aires, segna col proprio nome il frontespizio di un romanzo, Casadangelo, dove fa crescere i ricordi nel sole di una masseria pugliese. Ma Ludovico Incisa di Camerana (oggi governa l' Istituto Italo-Latino Americano) ha firmato i primi saggi Ludovico Garrucci: Tra nazionalismi e rivoluzione, L'era di Kissinger (Laterza); Italia senza eroi (Rusconi). Lasciata la Farnesina, finalmente ne I Caudillos (Corbaccio), con il vero nome in copertina. Ultimo lavoro: Modello spagnolo, come Don Chisciotte si trasforma in manager (ISPI). Il nom de plume di Sergio Romano era Carlo Maurizi. Diventa Romano in una commedia edita da Scheiwiller: Felodesè, dove allunga la riservatezza scegliendo per titolo una definizione medievale del suicidio nel diritto canonico: fellonia. Poi Storia d' Italia dal Risorgimento (Seuil, Parigi); Biografia di Crispi; La filosofia del potere e Giolitti (Bompiani). Eccetera: tante opere in pochi anni. Altri ambasciatori si firmano «dopo»: Roberto Ducci, Pietro Quaroni, ma lo scrittore più sottile della diplomazia - ricorda Romano - è stato Paolo Vita-Finzi. Collaborava alla Critica Sociale di Turati. Nel consolato di Tiblisi, Georgia, scrive Diario Caucasico, lo pubblica Riccardi, editore con alle spalle il banchiere Mattioli: 1928. Appena Mussolini firma le leggi razziali, è costretto all'esilio argentino. Torna nelle ambasciate dopo il ' 45. Lascia un divertissement che ancora si ristampa: Antologia Apocrifa, falsi saggi di scrittori del Novecento. Rifà il verso a D' Annunzio e Croce e insinua lo sberleffo di un brano autentico, opera di Giovanni Gentile: pagine barocche che meravigliano la critica incantata dall' imitazione «musicale». Pochi si accorgono del gioco.
Le porte dell’inferno
"Gulliver" - Mercoledì 1º agosto 2001
La sedicenne liceale e una pigrizia siciliana
"La Stampa – Tuttolibri" - Sabato 11 agosto 2001