Cosa fanno un rinoceronte dentro un negozio di porcellane, un elefante in mezzo a un campo di calcio, un coccodrillo per le strade di New York o un buffo gnu davanti a un notaio fiorentino? Questi e altri animali africani sono i protagonisti di storie divertenti ma anche tenere e poetiche. Non è necessario cercare una morale, ma se proprio volete trovarla, eccola qua: tutti gli animali, compreso l’uomo, hanno qualcosa da insegnarci, soprattutto quando riescono a far sorridere il prossimo.
Leggi una delle favole:
Matto come un pinguino?
Il matto del nostro paese si chiamava Matteo ed era convinto di essere un pinguino. Non era un matto di quelli sgradevoli: non gridava, non andava in giro sporco e con i vestiti strappati, non faceva nessun'altra cosa che potesse dare troppo fastidio. Anzi: aveva trovato, chissà dove e chissà quando, una vecchia marsina nera con le code, una camicia bianca e un farfallino scuro, e li indossava sempre. Certo, questo abbigliamento era ormai un po’ consumato, eppure si manteneva sufficientemente pulito e sempre in ordine.
Così agghindato, Matteo se ne andava per i viali alberati della periferia in cerca di un iceberg o almeno di un luogo fresco, meglio ancora se dotato di ghiaccio. Ma, ahimè, la nostra cittadina era piuttosto calda, il termometro d’estate sfiorava spesso i quaranta gradi e anche gli inverni erano miti e soleggiati. Ai vecchi, alle mamme e ai bambini questo clima piaceva moltissimo e anche agli altri abitanti metteva allegria. Tranne Matteo, che soffriva e si vedeva lontano un miglio che avrebbe pagato qualsiasi somma per poter fare a cambio con un posticino tranquillo nel pack antartico.
I nostri concittadini trattavano bene il matto Matteo, anche perché era una persona gentile e pacifica, come ho già detto. Perciò di solito si formava una specie di gara spontanea a chi voleva invitarlo al bar a bere un bicchiere d’acqua traboccante di cubetti di ghiaccio, o a sorbire un ghiacciolo alla menta, o magari una granita al limone. Ma lo spettacolo più bello di tutti si verificava puntualmente ogni sera, verso le cinque, al mercato del pesce. A quell’ora infatti c’era la sfilata di paranze e gozzi che rientravano in porto carichi di pesce fresco, con il loro codazzo schiamazzante di gavine, gabbiani e pulcinella di mare. E subito si formava un via vai di pescatori che scaricavano le cassette sul molo e di inservienti che le portavano sul viale di fronte e di venditori all’ingrosso che si affrettavano ad assicurarsi la merce migliore e a metterla in mostra sulle bancarelle di legno, ciascuna con le sue lampadine appese a una cordicella tesa in alto, sulle teste dei compratori che accorrevano puntuali come a una festa.
E tra questi ultimi il matto Matteo non mancava mai. Restava a bocca aperta ad ammirare le sogliole piatte, il brulicare dei gamberetti e delle cicale di mare, i tonni panciuti e le rane pescatrici. Ma dove il matto Matteo davvero si incantava era dinanzi ai pesciolini più piccoli e umili, acciughe, sarde, merluzzetti, totani, calamari e seppioline. È il cibo preferito dei pinguini, non dobbiamo dimenticarlo: e nel guizzo che appariva improvvisamente riflesso nei suoi occhi si indovinava il desiderio di tuffarsi in acque gelide, aprire il becco (oh, ma quando avrò questo becco?) e ingoiare pescetti e molluschi.
E anche lì, c’erano sempre pescatori o venditori che lo prendevano sottobraccio e gli offrivano un cartoccio. Il matto Matteo ringraziava con lo sguardo, mai con le parole: del resto, si è mai visto un pinguino dire «grazie»? No: il pinguino si limita a pescare e mangiare. Ed è quello che faceva il matto Matteo: pescava dentro il cartoccio con la mano che tremava per l’emozione, ne tirava fuori il contenuto e lo mangiava così com’era, senza essere nemmeno sfiorato dall’idea di cucinarlo. Ma neanche questo era poi così strano: si è infatti mai visto un pinguino che cucina il suo pasto?
Dopo aver mangiato, il matto Matteo rivolgeva un sorriso ai pescatori, ai venditori, ai compratori e soprattutto ai curiosi che si erano affollati nel mercato, e si allontanava con un passo caracollante, reso ancora più goffo dalla coda di rondine della marsina scura e dalle scarpe enormi, almeno tre misure più grandi del dovuto.
Dove andava il matto Matteo? Dove passava il resto della sera e dov’è che dormiva? Non lo sapeva nessuno. A nessuno, nella nostra città, veniva in mente di seguirlo quando si allontanava dal mercato. Sembrava che sparisse nel nulla, fino al giorno dopo, quando tornava a passeggiare lungo i viali alberati, lamentandosi con gli occhi – solo con quelli, perché nessuno lo udì mai dire una parola – del caldo che lo opprimeva e che lo teneva così lontano dal sogno di un pack antartico.
Ma il matto Matteo era davvero matto? La domanda, che può sembrare irragionevole, fu posta un giorno dal professor Svetonio, l’insegnante di latino del liceo, un uomo alto, magro ed elegante che era già stato due volte sindaco. Si mormorava – ma nessuno ne aveva le prove – che fosse stato proprio lui a regalare al matto Matteo la marsina, molti anni addietro. Insomma, Svetonio sosteneva che forse Matteo tanto matto non era: chi di noi, per esempio, non avrebbe voluto sguazzare per un po’ in un catino naturale d’acqua gelida e cristallina? Era un desiderio tanto insano? Altri affermavano invece che ad essere matti fossero tutti i pinguini, per definizione. Matteo, insomma, rientrava nella categoria dei folli in quanto pretendeva di essere riconosciuto membro di quella specie di pennuti.
Così nessuno si meraviglierà più di tanto se un giorno d’estate, quando il termometro era salito fino a quaranta gradi, un gruppo di ragazzi della scuola bussò a casa del professor Svetonio. Lui scese e montò sul motorino di uno degli studenti. Poi tutto il gruppo si allontanò, uscì dalla città e si diresse verso una zona poco frequentata della costa. Da quella parte non c’erano spiagge né periferie abitate, solo rocce gessose che precipitavano dritte sul mare. Quest’ultimo sembrava di metallo, quel giorno, e rifletteva le poche nuvole che si trascinavano nel cielo pallido. Tutt’attorno l’erba era quasi secca, avvolta in un vapore insopportabile.
Il ragazzo che aveva fatto da guida fermò il suo motorino e mise un piede a terra. In silenzio, senza parlare, tutti gli altri seguirono il suo esempio. Si incamminarono uno dietro l’altro nel sentiero che scendeva tra le agavi e i fichi d’India, attenti a non smuovere le pietre. Emersero in una baia nascosta, che era difficile scorgere dal mare e soprattutto troppo scomoda per essere raggiunta dalla folla dei villeggianti.
Il professor Svetonio rimase a bocca aperta, e come lui i ragazzi della scuola. Il mare, in quella baia chiusa tra alte scogliere che le facevano ombra, aveva un colore verde intenso e sembrava molto più freddo rispetto al resto della costa. Qua e là brillavano lastre biancastre, simili a enormi pezzi di ghiaccio. E c’era un brulicare silenzioso di corpi che andavano dall’acqua alla riva sassosa. Centinaia, migliaia di esseri apparentemente goffi, alti quasi quanto un uomo, vestiti con una specie di marsina nera e una camicia bianca che in alcuni casi, verso il collo, prendeva sfumature gialline. Un’infinità di becchi che si aprivano e chiudevano emettendo suoni appena percettibili, sotto voce, come se stessero conversando educatamente. E uno dei più affabili e allegri era il matto Matteo, che chiacchierava, rideva, batteva una mano sulla spalla di un vicino, si spostava galantemente per lasciare il passo a una pinguina, scherzava con un gruppo di pulcini, e forse in fondo in fondo non era poi così matto.
Il regalo del rinoceronte, Manni 2004, pagg. 96 con illustrazioni, € 9,00