L'Orologio



Dentro era buio pesto, interrotto a intermittenze da luci rosse e blu, fastidiose punture fotoniche che lasciavano intravedere per un attimo la pista e gli spazi attorno, specie di alcove con i tavolini e una quantità di gente indistinta seduta ai divanetti, con una selva di braccia protese verso i bicchieri, gli accendini, le sigarette. Al centro c’era più spazio libero, qualche coppia che ballava e molti isolati, soprattutto ragazze, che si dimenavano al ritmo della house music, dell’acid, del rave o chissà di quale altro stile che non conosco. Poi quelli come me, che erano entrati da soli e se ne stavano mezzo in disparte a guardare e ad aspettare che accadesse qualcosa.

Se non fosse successo nulla, diciamo entro un’ora, sarei andato a prendere una boccata d’aria fuori, sugli scogli, facendo finta di guardare il mare, che ormai doveva essere una specie di muraglia nera torreggiante sull’edificio della discoteca. Un’oscurità accentuata dal mugghio sordo delle onde e spezzata qua e là da un’isolata lampara all’orizzonte o addirittura dalla fosforescenza di un pesce che saliva improvvisamente dalle profondità per poi sparirvi di nuovo. L’aria resa appena fresca dalla brezza marina sembrava comunque quasi gelida rispetto all’umidità del chiuso, appesantita dal respiro di due o trecento persone. I capelli attaccati al cranio per il sudore respiravano quasi con gratitudine.

Di nuovo dentro, gli occhi si erano abituati al buio di fuori e adesso facevano meno fatica a distinguere le sagome e qualche volta perfino le facce. Ad esempio non mi piacque quella della ragazza che mi passò accanto biascicando qualcosa sul mio essere solo e sul suo desiderio di farmi compagnia al bancone, se le avessi offerto da bere. Le sganciai un dollaro con malagrazia, dicendole di berselo alla mia salute. Si allontanò con una smorfia di disgusto, masticando tra i denti (uno brillò per un attimo, doveva essere d’oro e aveva colto un barbaglio rosso dei fari stroboscopici) un apprezzamento sulla mia sessualità. «Maricón de mierda», credo.

Una nera maestosa attraversò il mio campo visivo, tagliandomi la strada mentre scendevo i due gradini che portavano alla pista. Provai a seguirla come un segugio, ma il suo vestito bianco, una specie di peplo greco abbinato a calzari con i lacci argentati, si era già smarrito in una delle piccole folle che attorniavano i tavolini nei separè.

Tornai al bar, che era un’oasi di luce relativa, rispetto al resto del locale. Un tubo di neon violaceo correva in alto, ripetendo la sagoma ovale del bancone, al cui centro tre baristi si affannavano a rispondere alle richieste che gli venivano da ogni parte, per giunta sopraffatte dal volume troppo alto della musica. La tipa di prima stava bevendo un whisky in compagnia di sessantenne corpulento, almeno a giudicare da quel poco che riuscivo a scorgere dalla mia posizione, nella semioscurità. Lei sollevava il bicchiere, osservava i riflessi ambrati sulle facce del prisma, con un’espressione soddisfatta, da intenditrice, imitata dall’altro, solo con movimenti rallentati e meno convinti. Ovvio che il mio dollaro era rimasto nelle sue tasche, ma sinceramente non me ne importava granché. Ben di più di lì a poco avrebbe fatto scucire all’uomo che le aveva offerto da bere. E infatti poco dopo se ne andarono insieme, diretti non verso la pista ma verso l’uscita.

Non avevo sete ma ordinai un gin tonic, più che altro per prendere tempo, e così non mi ero nemmeno accorto della mia vicina di bancone. Era una bionda minuta e slanciata con i capelli corti, vestita tutta di chiaro, pantaloni, t-shirt e sandali col tacco basso. La sua compagna era più tarchiata e con una faccia larga e piatta, sempre a dare retta al gioco di luci ed ombre, più ombre che luci. Mi girai un paio di volte verso la biondina. L’amica se ne accorse e le diede di gomito, ammiccando. Ridacchiarono di sottecchi, più come due liceali che con l’atteggiamento navigato delle abituali frequentatrici di quel posto.

Sorrisi a mia volta.

«Che cosa volete bere?», chiesi loro.

Come prevedibile, quella tarchiata si scusò e si allontanò, lasciando campo libero all’amica.

«Per me una crema di whisky, grazie».

Si chiamava Karelia. Mi disse che il padre aveva lavorato in quella regione. A me sembrava un motivo un po’ stupido per condannare una ragazza a portare quel nome per tutta la vita, ma non era la prima volta che mi capitava. Una mia fidanzata si era chiamata Lituania e avevo conosciuto delle Addis, delle Kenya e perfino una Nairobis. Di solito la gente si mangiava la “s” finale, quando pronunciava le parole, e forse i genitori di quella ragazza temevano di fare lo stesso errore e avevano deciso di abbondare.

«Ti piace questa musica?», mi chiese bevendo il suo Bailey’s a piccoli ma rapidi sorsi.

«Più che altro uno ci fa l’abitudine».

Rise.

«Be’, se devi fare uno sforzo è meglio non venire proprio, non ti pare?».

«Meglio qui che andare a dormire», risposi.

«Perciò vieni spesso?».

«Abbastanza».

«Per me invece è la prima volta».

Sarebbe stata una frase sfrontata, se fosse stata un’habituèe, anche se qualcuna ogni tanto ci provava. Però forse Karelia diceva la verità. Cercai di sforzare la memoria ed effettivamente non mi sembrava di averla mai vista.

«Sai, qui l’entrata è carissima, non potrei mai permettermela, però il nostro centro di lavoro periodicamente offre un biglietto ai migliori dipendenti. Una specie di incentivo, capisci. Questa volta è toccato a me e a Belkis».

Belkis doveva essere l’amica che se l’era svignata.

Era già passata al secondo bicchiere di crema di whisky. Nonostante fosse minuta, aveva un petto generoso, che se ne veniva avanti prorompente, stretto nella t-shirt bianca.

Andammo in pista e ci mettemmo a ballare, cosa che facevo assai di rado. Non sono bravo e in più non mi va molto di sudare dimenandomi in un luogo chiuso, con poca aria e in mezzo a decine di corpi che ti passano accanto, ti sfiorano, a volte addirittura ti si premono contro. Karelia però voleva proprio godersela, questa serata offertale dalla sua impresa.





Alle due di notte Karelia ammise di essere stanca di ballare. La accompagnai a casa. Lungo il tragitto cercai di pensare a una strategia dell’ultimo minuto, ma probabilmente ero anch’io poco lucido, sta di fatto che non mi venne in mente nessuna scusa per andare da un’altra parte o almeno fermarmi in uno spazio appartato. Praticamente sotto casa sua, spensi il motore e riuscii a prenderla tra le braccia e baciarla. Non si sottrasse, anzi mi restituì il bacio con una certa passione, ma dopo qualche secondo si staccò.

«Ci rivediamo?», le chiesi.

«Se vuoi, domani alle otto all’Orologio».





L’Orologio era un edificio lungo e squadrato, di mattoni rossi, che si trovava in un quartiere di periferia, accanto a una tangenziale a quattro corsie, quasi sempre deserta e con profondi buchi nell’asfalto. Aveva una torre, anch’essa a pianta quadrata, con un grande orologio fermo da tempo alle sei e venti, e una specie di pensilina bianca sul davanti. Non ho mai saputo veramente che funzione avesse e nessuno è stato in grado di spiegarmelo. A prima vista sembrava una stazione, ma non esistevano linee ferroviarie nei pressi. Però c’erano un bar-buffet, oggi quasi abbandonato, con una vecchia che faceva il caffè usando una macchina ancora più antica di lei, e una specie di sala d’attesa con sedie in formica perlopiù sventrate.

Molti utilizzavano l’Orologio come punto di riferimento per darsi appuntamento, non solo e non necessariamente di natura sentimentale. «Ci vediamo all’Orologio», ci si diceva, e non era necessario aggiungere altro.

«Allora, alle otto all’Orologio», ripetei.

«Aspetta», mi interruppe Karelia, «Vieni su da me, ti presento a mia madre».

«Alle due di notte?».

A quanto pare non c’era nulla di strano, secondo Karelia. La cosa era talmente singolare che non mi venne in mente nessuna scusa per tirarmi indietro. L’entrata era senza porta, i cardini ancora visibili ai due lati dei battenti. Karelia mi guidò lungo la scala tenendomi per mano. La brezza tiepida della notte accentuava il lieve dolciastro odore di fogna che impregnava tutta la città e che alla fine, quando ci facevi l’abitudine, non era più nemmeno troppo sgradevole. Come rigirarsi dentro la bocca un sassolino con un retrogusto di ruggine che restava attaccato alla parte posteriore della lingua. Per poco non calpestai un rotolo di escrementi scuri tra il secondo e il terzo pianerottolo.

Karelia abitava al quarto piano, nella metà di un appartamento che era stato diviso tra due famiglie. Al posto dell’ingresso c’era uno stretto corridoio illuminato da pallidi tubi circolari al neon, appesi al soffitto basso. In casa tutte le luci erano accese, e si sentiva un mormorio, un basso continuo o un bordone, insomma come il flusso di un torrente lontano fatto di voci.

Due ragazzine sui sette-otto anni ci vennero incontro. La più grande prese Karelia per mano e la trascinò verso quello che doveva essere il soggiorno, separato dalla cucina da un muretto alto poco più di un metro.

«Le mie sorelline», mi disse come per scusarsi.

«Ljuba dice che ha trovato un gatto morto nel cortile, ma non è vero!», le raccontava intanto la bambina, buttandosi su un sofà mezzo sfondato.

«E invece è vero», protestò la più piccola, «È stata una macchina, l’ho anche vista».

«Se l’hai vista mentre lo investiva allora non è vero che hai trovato un gatto morto, trovare un gatto morto è un’altra cosa».

«Bimbe, non litigate».

L’ultima voce veniva da una vecchia della quale non mi ero nemmeno accorto, rattrappita in una sedia a dondolo di vimini a pochi centimetri da un televisore russo che trasmetteva i cartoni animati di Tom & Jerry. Le dita lunghe e sottilissime giocavano con i braccioli della poltrona e si piegavano in modo innaturale, creando nodi e viluppi artritici che facevano male solo a vederli.

«Nonna, questo è Celso», le disse Karelia.

La signora si voltò dalla mia parte e sorrise a vuoto, come se non mi avesse visto. Poi si girò di nuovo verso lo schermo, mentre Jerry spiaccicava una padella sul muso di Tom e il fondo di metallo assumeva la forma del suo naso, con le vibrisse e tutto il resto.

La bimba più grande intanto era schizzata fuori nel corridoio e adesso rientrava con una scatola di cartone ricoperta di una strana muffa, puntolini neri in rilievo che formavano un disegno irregolare, più fitto in corrispondenza degli spigoli.

«Guarda che cosa ho!», disse trionfante verso la vecchia, che però continuava a guardare le peripezie del gatto e del topo.

«Nonna!», urlò invece l’altra bambina, disperata, «Yamilka mi ha rubato la rana!».

Nella scatola in effetti c’era un bicchiere di vetro con un coperchio di plastica un tempo bianca, riempito di alcol o forse formalina, al cui interno galleggiava un grumo scuro e contorto. A vederlo così, poteva essere qualsiasi cosa: un corpicino carbonizzato, un embrione, un rene umano.

«Bambine, smettetela di disturbare la nonna o vi tolgo quella schifezza e la butto nella spazzatura».

Dal corridoio entrò la donna che aveva appena parlato. Aveva una tuta da ginnastica bianca con una doppia riga rosa. La somiglianza con Karelia era evidente, sebbene distorta da un’incipiente pinguedine.

«Mamma, questo è Celso», ripeté la ragazza, in cerca di maggiore fortuna.

«Ah, allora sei tu Celso. Bene, bene», mi disse la madre, tendendomi la mano.

Ma come fa a sapere di me, mi chiesi. Insomma, Karelia l’avevo conosciuta sì e no due ore prima e questa tutto mi sembrava meno che una famiglia in permanente collegamento via cellulare o blackberry o cose del genere.

«Così tu sei il fidanzato di Karelia. Siedi, siedi qui», ripeté, e mi spinse dall’altra parte del corridoio in una stanza ingombra come un ospedale da campo.

Su un letto matrimoniale viluppi di biancheria umida formavano spirali concentriche che torreggiavano pendenti da un lato finché non cadevano sul pavimento in mucchi solo in parte raccolti in una cesta di vimini e in due bacinelle di plastica verde. Alcuni vestiti erano appesi a uno spago dentro un armadio di compensato sbilenco, senza ante, altri erano poggiati alla rinfusa su due seggiole impagliate. Lungo la parete era allineata una fila di scarpe appiattite, scalcagnate, deformate dal troppo uso.

«Non fare caso al disordine», fu la superflua raccomandazione.

Poi cominciò una fluviale lamentazione su come fosse stato duro crescere tre figlie avute da due padri diversi, accomunati dalla lodevole tendenza a dileguarsi, e doversela cavare con la pensione sociale della nonna e con lavoretti precari eseguiti perlopiù a casa.

«Sono una brava sarta, sai? O meglio, lo sarei, solo che non ho la licenza, e allora quello che mi danno da fare di solito sono cose molto piccole, rammendi, qualche ricamo. Sciocchezze che non bastano mica ad arrivare a fine mese».

La vita, o la provvidenza, fate voi, le avevano almeno dato il conforto di quella figlia più grande – appunto, Karelia – che era un autentico tesoro di ragazza. Pensa che per dare una mano alla famiglia aveva lasciato la scuola dopo le superiori, nonostante avesse voti eccellenti e i suoi professori la spingessero a continuare gli studi. Lei però niente, aveva troppo senso di responsabilità per starli a sentire, e così da un paio di anni aveva trovato un posto in una fabbrica.

«Ed è una delle più brave, sai? I suoi capi la stimano molto e ha vinto molte volte il premio di produttività».

Sgusciai dalla stanza, in preda a una crisi di claustrofobia, e raggiunsi il soggiorno.

«Karelia è andata a dormire», mi disse ancora la madre alle mie spalle, «Domani deve andare al lavoro presto. Ma te la saluto io, non devi preoccuparti».

Quando diavolo l’ha vista andare a dormire, benedetta donna, se era con me nella camera da letto, pensai. Ma in fin dei conti era inutile rompersi la testa con domande come questa. Ljuba e Yamilka erano ancora davanti al televisore con la nonna. Un Jerry enorme e muscoloso riempiva di pugni lo sventurato Tom, il tutto grazie a una pozione prodotta per errore dallo stesso gatto. Conoscevo quel cartone. Poi la vecchia si mise a smanettare con il telecomando, tra le proteste delle bambine, ma le sue dita deformi e aggricciate scivolavano sui tasti e si perdevano nel vuoto, beccando quasi solo frequenze fuori uso che invadevano il monoscopio di linee spezzate e schizofreniche. Alla fine si fermò su un vecchio documentario del National Geographic.

«Lo sai che i topi mangiano gli squali?», chiese Yamilka alla sorellina.

«Non è vero!».

«Oh, è verissimo, gli vanno addosso in più di cento alla volta dove l’acqua è bassa, e poi li divorano ancora vivi».

«Sei una stronza bugiarda», fu il lapidario commento di Ljuba.





Alle otto non andai all’Orologio.

Sul tardi andai alla solita discoteca. Sganciai un dollaro alla ragazza antipatica, per togliermela di torno, e rimasi almeno due ore a stazionare dalle parti del bar, disinteressandomi ancor più del solito alla pista da ballo. Riuscii perfino a scambiare qualche parola con la nera statuaria. Le chiesi se le piacessero i cartoni animati di Tom & Jerry e mi guardò con gli occhioni sbarrati, come se fossi un mentecatto – eventualità che naturalmente non mi sentirei di escludere. Poi se ne andò con quel suo passo maestoso, divorando almeno due metri ad ogni falcata, senza nemmeno ringraziarmi per il Cuba Libre che le avevo offerto.

Karelia invece non venne, e del resto lo aveva detto, che quella della sera prima era stata per lei una prima assoluta difficilmente ripetibile, dovuta solo alla generosità del suo datore di lavoro.

Alle tre di notte passai in macchina davanti all’Orologio, ben sapendo che non aveva alcun senso. La torre in mattoni rossi sembrava un fantasma e la pensilina era buia e vuota. Un vento tiepido muoveva l’erba rada sul ciglio della strada, portando con sé un vago sentore di fognature e di rane morte.