Poesie



Alcune poesie inedite:

Beatriz

Allora nella notte mi svegliai
con un senso di pienezza accanto,
un bacino idrografico disteso
un catino un bacile un piatto
su cui rimbalza a rintocchi l’acqua
con un gioco di monotono plic ploc.
Allora sono entrato nella stanza
oltre la quale, dietro un finestrone,
uno schermo turchese opaco, un panno
all’apparenza morbido, il proclama
che l’aurora stava già aggiornando
lontana, dall’oriente ipotetico,
però sarebbero passate ore
prima che arrivasse al giardino
sul quale adesso avevo messo gli occhi.
C’era la neve, era caduta nuova
uno strato fresco sulla galaverna
aculei di ghiaccio sparati a raggio
l’ombra di una lepre scappata via.
Ho letto una parola, un’unica
brillante saccarina, un granello
raccolto in un grande cucchiaio.
Un giro di jogging sulla pista, due,
la lucetta rossa dell’orologio
sul cancello accanto alla portineria
dov’è il custode e sogna di caffè.
Ho costruito un bambolo di neve
sul cofano della macchina di Piero,
sono tornato e già era giorno
e avevo capito la notizia.

Naturalmente tu non c’eri ancora
al tempo delle radure africane,
perciò permettimi di raccontartele
descriverti i laghi di erba verde
un tono più brillante del consueto
come colato da un quadro di Manet.
Attorno, sponde di un falso mare,
lingue più scure, versi di Isaia,
labbra violacee o polpi marroni
e il crudele merletto delle acacie.
A te rivelerò che raggiungerle
può essere un gioco anche atroce
per le tenere impala che ora vedi
sgranare gli occhioni sulla pastura,
osservare i dorsi dei cervi d’acqua,
le gobbe carnose dei grossi eland
abitate da naufraghe bufaghe
come le isole che navigano.
Lì, nello scoperto della savana,
può arrivarti il peso delle zanne
del ghepardo che corre evocato
dalla bellezza di un solo verso
come un centravanti leggero
che si proietta oltre i terzini
e ferisce con quel suo terso zig-zag
generoso onesto a viso aperto.
Allora – ti spiegherò – il boschetto
è l’illusione dolce di un rifugio,
il luogo dove non serve guardarsi
tutt’intorno con occhi di terrore
temendo di riconoscere il biondo
a pezzi del dorso di un carnivoro,
più scuro del giallo delle gramigne
ma mosso dallo stesso vento d’onda.
Fugge perciò l’impala fino al bush
e dietro di lei e tutt’intorno a lei
altre che schizzano come scintille
di un gruppo che s’infila tra i rami.
Però dovrò anche dirti la verità,
che pure al riparo delle fronde
si nasconde il bianco ferro uncinato
le unghie del leopardo, i suoi canini
la trappola che scatta più sleale.

Esiste, allora, un diverso ritmo,
reagisci dapprima lentamente,
con la goffaggine tutta maschile,
poi da un giorno all’altro acceleri,
come vi fosse una trasfusione
del battito cardiaco da madre a figlia
da figlia a padre, un po’ a ritroso,
e tu sai che il cuore piccolo è veloce.
Ancora non ha rubato la danza
alla gavotta delle graminacee
al movimento oscuro delle onde
allo scivolare di un corpo minimo
tra il pari e il dispari dei fili d’erba
– forse un topo che corre alla tana,
poi ti accorgi che è una lucertola,
l’intera figura è una sola lingua
il verso senza sonoro del sibilo
e ti sorprende oltre ogni previsto
la rivelazione della bellezza,
il ventre piatto schiacciato al suolo,
l’arco flesso delle quattro zampette,
la doppia esse verde contro le zolle.
Presto lo acquisterà – oh, se lo farà! –
quel ritmo che volevi impaziente,
per esempio una habanera dolce
un guaguancò o una tardiva rumba.

Se non ci fossero quelle murate
che contengono le mie reazioni
come la sacca amniotica dov’eri,
avrei gridato già ai quattro venti,
svegliato le marmotte con il riso,
scacciato i corvi che stanno sul prato,
messo in fondo un punto interrogativo
che cambia il senso di questa frase?
Non lo so, e neanche dare il nome
a questo sentimento che mi assale
traditore come il favo delle api,
immobile come davanti a te
quando dovrò prenderti tra le braccia
e sentirò che crollano le ere,
il bronzo con le sue pesanti ruote,
il ferro e le migrazioni lente,
la pietra, quando non c’era parola
per dire quello che ci succede.
A volte sogno che lungo le strade
della città, nel fiume di cemento
scenda maestoso l’enorme mammut
con le zanne ricurve e la pelliccia
che ci sfiora dove il ricordo sfuma
e ci costringe a reinventarci
proprio mentre eravamo sicuri
della nostra forza di liscia plastica.
Ecco, per me sei forse tu quest’urto,
lo strappo bello che mi risolleva
mi dice: non buttare via le storie
mettile però su di una mensola
stendi un tappeto nella stanza
sdraiati, gli occhi verso il soffitto,
un orizzonte finto che hai fatto
e su cui per un po’ non disegnare
ma limitarti a guardare il vuoto,
aspettare che lassù si espanda
una macchia d’umido, un sorriso,
frastagliato, dolce, riparatore.
Le tue favole conservale per me,
raccontamele anche da subito,
anch’io asseconderò il tuo gesto
con la mia realtà di carne ed ossa,
la figurina che ha attraversato
un braccio di mare oceano placenta
e scende dal traghetto proprio per te.

Roma, 5 agosto 2003

18 novembre 2005, alle ore 8,35

Questa sera si aspettava la neve
una previsione forse azzardata
una fioritura fuori stagione
a metà di novembre a Basilea.
Sarò di ritorno tra poche ore
guarderò l’oro del faggio e del tiglio
e l’inchinarsi dei ponti sul Reno.
Questa notte ci aspettava la neve,
è arrivata una cosa più piccola.

Basilea, 18 novembre 2005

Luna di Basilea

Mettiamola così, con un assioma:
se attraverso stanotte il Wettsteinbrücke
di questa stagione le orme d’oro
le foglie larghe e piatte sono caselle
da saltare come il cavallo degli scacchi,
e il diverso metallo (una moneta?)
della luna piena oltre la Roche
si è sciolto in scia di gocce dentro il Reno.
Quell’altro tutto a righe orizzontali
sulla Messeturm, verde elettrico,
viene da un tempo a noi futuro,
berillo, cadmio, forse kryptonite,
come il palpito cardiovascolare
dei lapilli gialloazzurri sulla ruota
dietro le guglie della cattedrale.
Allora mi chiedo: chi avrà portato
le foglie dei faggi, tigli ed aceri
in mezzo a un ponte lungo di cemento
del tutto privo di qualsiasi albero?
Che cosa vogliono dirmi le strisce
opaline fosforescenti sulla torre,
che lingua, che stilemi adottano,
mandano un monito, un invito?
E soprattutto, come ha fatto la luna,
la stessa luna della mia infanzia,
ad ancorarsi qui sopra Basilea?
Chi le ha rivelato che quel bambino
(sono io), che avrebbe dato tutto
pur di comprarla tenersela per sé
e chiudersi sotto una tenda improvvisata
e rimanere immobile l’intera vita,
andava in giro su queste rive
per queste piazze su questi ponti,
traditore, in fondo, traditore,
come un flâneur, se ancora usasse?
Costruiscono ogni giorno nuove strade,
smussano ogni ostacolo alla corsa,
ma lei, la mia persecutrice di lassù,
sdegna i cantieri tane di talpe
sogghigna sottende un vecchio patto,
chiama attorno a sé i sette veli
vi si avvolge e poi si denuda:
seguimi, adesso, se hai coraggio,
vieni anche tu, ripercorri la strada,
sdipanala a ritroso, a com’eri,
fermati e ammetti che hai sbagliato.

Basilea, ottobre 2006