
Taccuino nero per il viaggio
è il primo libro di poesie di Silvio Mignano, ma chi lo legge avverte subito il suo modo personalissimo, subito identificabile, di lavorare e di strutturare il verso. Mignano predilige il dettato ampio, quasi fluviale, ha bisogno infatti nel suo itinerario di accumulare materiali nel tentativo di focalizzare e di raccordare il suo mondo interiore e il suo impatto con le cose, con le persone, con i luoghi che gli vengono incontro nel viaggio. Taccuino nero per il viaggio è infatti anche un libro che traccia una geografia spirituale dei paesi in cui l'autore o ha vissuto o che ha per un certo tempo visitato.
(Rodolfo Di Biasio)
Da
Taccuino nero per il viaggio:
Sei quartieri dell’Avana
Al centro di Lawton ruotano i parchi disseccati,
i viali con i portici trasformati nel vuoto della carie,
l’impronta sull’assito sbriciolata sotto ciascun passo,
i timpani rettangolari che espellono croste sminuzzabili,
ogni volta che la ruggine si piega molesta sui soffitti
e coglie un ansito di febbre proveniente dall’intonaco.
La prima volta che ho indagato nel quartiere c’era luce
portavo timori osceni di fronte alla sfilata delle case,
certo che dai colonnati eclettici venissero colate d’odio,
un disegno deprivato dei suoi tratti e adesso fuori corso.
Le villette della Vibora annegate sempre in incolore amnio
avvolte nell’involucro incellofanato – il fatto è che ridono
sguaiate avendo perso i denti l’uno dopo l’altro inesorabili,
vantandosi del naufragio apparso con lentezza dentro gli anni
e in questo modo coinvolgendomi nella duplice quadriglia.
Calpesto anche le rampe che ondeggiano a dorso di cammello
perduto ormai davanti ai muri, sotto le brecce, o in altri luoghi.
Soprattutto mi sorprende l’anello di silenzi, una piazza,
una rotonda che discendo – o lei mi viene incontro – :
l’assenza di richiami che prevarica il riconoscimento.
È qualcosa di analogo con i blocchi di Santo Suárez,
le reti di metallo circondano sottili la perdita di tutto,
quelle stesse che corrono ai lati poi di Santa Catalina
sfuggendo solo al cospetto della pompa di benzina illuminata,
il moderno Cûpet sfrontato di luci lasciate lì hopperiane:
si nascondono di più, rispetto agli altri quadranti,
interponendo forse una circospezione decisa ad arte
che però tradisce, propiziando la caduta nella trappola:
e restano pur sempre punto di fuga delle coordinate
accosto alla cicatrice del quartiere, come una linea difensiva.
Più lontano ci si perde, verso Párraga e Mantilla,
una galleria d’arte scorta anacronistica la curva,
una crisalide di cubo adesso spenta, senza sguardo,
solo il passo senza fretta di una coppia, un
Dodge
deposita clangori di ferro e zinco che rimbombano.
Ripetiamo pochi gesti, un rituale di abitudini
ma ignoro qual è il senso nell’incrocio delle linee
in fondo al rastrello in cui dispongono le celle
ed esplodono nell’asimmetria, percorrendo lenti
gli istanti e i metri dove finisce l’abitato.
Il tutto unisce Diez de Octubre come un nastro numerato
e intorno agli estremi della cordicella è folla
di visi come strappati al controllo delle cervicali
e appesi ai nodi di una spina dorsale zigzagante.
Di là usciranno gli arcosauri piegando le zampette
e strascinando di peso il tronco ligneo lungo i vicoli
aggredendo aria e uomini a forza di lentezza
ed espandendosi come una freccia dalle alette fioche
indirizzata giusto ai centri del molteplice bersaglio
dove crolleranno i busti bianchi di gesso inaridito.
Ancora non dispero di ritrovare il mio cammino,
forse dopo attraversato il Cerro, dove l’ameba si distende
ed ogni pseudopodo è un tubo pieno di materia viva
gorgogliante contro i capitelli fatti a scaglie aperte.
Sappi leggere le crepitanti lamine fiorite sui frontoni
gettale semmai nel cesto che hai scolpito nella creta:
davvero se il punto terminale arriva con il freddo della lama
sia per lo meno con un fendente del
cuchillo,
inteso quale vicolo o coltello,
comunque morto nel pieno del costato, tra le vertebre.
(Ottobre 1996)
Taccuino nero per il viaggio, Caramanica 2003, 64 pagg., € 8,00