
Rodolfo Di Biasio intervista Silvio Mignano per il quotidiano americano in lingua italiana "Oggi 7" di domenica 17 ottobre 1999, in occasione dell’uscita di Una lezione sull’amore.
Silvio Mignano è nato a Fondi nel 1965. Attualmente vive e lavora in Kenya. Una lezione sull'amore (Fazi Editore, Roma, 1999) è la sua prima opera di narrativa, in cui uno dei protagonisti è l'investigatore Paolo Veronese. Questo personaggio diventerà figura centrale nel suo prossimo romanzo. Libro d'esordio, quindi, Una lezione sull'amore, che nella struttura e nella scrittura annuncia la mano di uno scrittore autentico.
Perché ha intitolato il suo romanzo Una lezione sul'amore?
Perché è soprattutto un libro sull'amore. È qualcosa che forse all'inizio può sfuggire al lettore, preso dalla struttura giallistica o dalla ricostruzione del romanzo postumo di Aurelio Schiavi, ma che in realtà è molto forte, fino ad essere uno dei connotati fondamentali del libro stesso. Inoltre il termine "lezione" va inteso anche in una delle sue accezioni semantiche, nel senso di lettura e interpretazione di un testo: appunto, il libro d'amore che Aurelio Schiavi dedica alla misteriosa Nausicaa, la sua musa sfuggente.
Chi è il protagonista del romanzo?
Nel progetto iniziale del libro il protagonista doveva essere, in un modo molto chiaro e definito, Aurelio Schiavi, lo scrittore scomparso prematuramente. Come conseguenza, un ruolo centrale era attribuito alla sua controparte, l'elusiva Nausicaa. Debbo confessare che mentre procedevo con la scrittura, Paolo Veronese, l'investigatore privato che indaga sul romanzo postumo di Schiavi, mi si è via via imposto, quasi da solo e contro le mie intenzioni. Il suo peso nell'economia del romanzo è cresciuto con prepotenza, e con esso quello del suo "pendant", Valentina, l'adolescente che in un certo modo corrisponde a Nausicaa. Alla fine si è prodotto un gioco di iterazione e quasi di specchi tra le due coppie. Senza dimenticare due terze incomode, a loro volta speculari: la sorella dello scrittore, che è una sorta di elemento di disturbo esterno rispetto al binomio Schiavi-Nausicaa, e Isabella, l'ex fidanzata possessiva del detective, che fa da contrappeso al duo Veronese-Valentina.
Mi pare che questo libro sia fatto anche e soprattutto di altri libri.
Sì, e questo è un altro significato del titolo: perché il romanzo vuole essere anche un atto di amore personale verso l'oggetto libro. Se ne incontrano molti, in effetti, immaginari come quello di Schiavi, autentici, dal Deuteronomio a quelli di Nabokov; alcuni letti, altri sfogliati o solo palpati, altri infine citati, come Billy Budd o Arthur Gordon Pym nel capitolo sulle opere incompiute. È un po' un gioco, se vogliamo, che tuttavia nasconde un desiderio di ricerca della verità, tanto più intenso in quanto quest'ultima appare infine da stanare.
Molte volte è ricorsa la parola gioco in questa intervista. Perché?
È vero. Il fatto è che per me scrivere è anche, se non soprattutto, un divertimento. Il che non vuol dire affatto che non vi siano difficoltà e perfino sofferenza: anzi, credo di essere uno scrittore particolarmente pignolo se non perfezionista, e molte pagine del libro sono il frutto di ripetuti tentativi, sono state cancellate, meditate e riscritte numerose volte. Ma credo che alla fine non si possa amare questo lavoro se non emerge l'elemento ludico, il gusto di giocare con le parole, di dialogare con i propri personaggi, di stupire se stessi con costruzioni e soluzioni che ci sfuggono e ignoriamo fino al momento in cui le creiamo.