
Il corpo dell’elefante
In una serata di tempesta tropicale, poco prima di Natale, entrai in una bettola del porto. Ho ancora presenti davanti ai miei occhi le verande schermate da griglie di cedro, il piancito di assi grezze che si sollevavano in più punti, un bancone alle cui spalle si scorgevano alcune mensole di vetro pressoché vuote, se si escludeva una mezza dozzina di ingrigite bottiglie di rum. Fuori pioveva a dirotto, raffiche diagonali di acqua fredda che evaporava a contatto con il terreno ancora tiepido. Nel locale la penombra era rafforzata dalla cappa di fumo denso delle sigarette e soprattutto dei sigari, tormentati dalle bocche dei numerosi avventori che in quel momento si trovavano all’interno.
Quanto a me, non ricordo più che cosa cercassi. È probabile che avessi un appuntamento con uno degli strani personaggi che mi servivano da contatto nella mia continua ricerca di vecchi libri e di nuove storie da raccontare. O forse ero reduce dall’una o dall’altra avvenente impostora che in quel periodo affollavano le mie giornate come condanne alle quali non riuscivo – né in fondo anelavo – a sfuggire. Seduto nell’angolo opposto all’entrata, con le spalle alla parete, osservavo il polveroso bicchiere di rum tra le mie mani senza osare sfiorarlo con le labbra, quando mi trovai davanti tre uomini, apparsi senza che me ne fossi accorto. Mi chiesero se potevano sedersi al mio tavolo, che ormai era l’unico rimasto libero. Imbarazzato, dissi comunque di sì, deciso ad andarmene via al più presto.
Invece, con mia grande meraviglia, la conversazione finì per coinvolgermi. I tre sconosciuti parlavano di come il paese da un giorno all’altro fosse precipitato in una crisi economica senza precedenti, sprofondando l’intera popolazione nella fame e nella penuria. Discutevano se davvero si stesse toccando in quel momento il punto più basso o se piuttosto le cose, pur restando difficili, non fossero lievemente migliorate rispetto a qualche anno prima.
Quest’ultima era la convinzione di uno dei tre, un tipo smilzo con una giacca stazzonata che gli cadeva sui fianchi sbattendo come un paio d’ali, lasciando scoperta una maglietta al di sotto, tanto aderente al corpo da riprodurre l’ondulazione delle costole.
«Non scherziamo, compari», disse, «Ne abbiamo viste di peggio, soprattutto tra il ’93 e il ‘94. E che? Vi siete dimenticati per caso la storia dell’elefante?».
Gli altri annuirono imbarazzati, girando gli occhi all’intorno, soprattutto verso di me. La cosa, naturalmente, non fece altro che attizzare la mia curiosità.
«La storia dell’elefante?», chiesi allora, «Siete stati in Africa?».
«Macché Africa!», insorse un altro, un tipo rotondetto, dall’incarnato scuro e i corti capelli tagliati con una frangetta sul davanti. Poi sembrò pentirsi di aver parlato e tacque.
Feci un cenno al cameriere, che se ne stava placidamente addormentato e semisdraiato sul bancone, con la bocca aperta e un filo di saliva che gli cadeva da un angolo delle labbra. Gli chiesi di portarci dell’altro rum. Fu come un segnale. Il più anziano dei tre amici, l’unico che non aveva ancora parlato, mi sorrise.
«È un segreto. Mi raccomando di tenertelo per te, anche se a questo punto non credo che nessuno verrà più a cercarci».
Aspettò che il cameriere ci servisse di nuovo, bevve un sorso e poi riprese.
«Dunque, l’inverno del ‘93 fu il peggiore di tutti. Le code alla bottega del quartiere erano quanto di più surreale vi fosse. Erano lunghe ed estenuanti e a un certo punto avevano finito per trasformarsi in un vago esercizio di socializzazione. Si vedevano persone rimettersi in fila tre o quattro volte al giorno, nonostante gli fosse stato detto chiaro e tondo che non c’era più nulla: in parte lo facevano mossi dall’assurda speranza che qualcosa fosse miracolosamente cambiato nell’ultima mezzora, che a furia di frugare tra i fondi di magazzino fosse saltata fuori qualche cassa di cibo, di sapone, di olio di semi. Ma lo facevano principalmente per ingannare i morsi della fame e dell’umiliazione, passando il tempo a chiacchierare con i vicini e i conoscenti. In questo modo potevano illudersi di essere in coda per entrare in un ristorante oppure al cinema, come negli anni ‘80».
Fece una pausa prolungata, tanto che temetti che la storia fosse già conclusa, senza un vero finale. Poi buttò giù un altro sorso e ricominciò a raccontare.
«Alcune delle migliori leggende di quegli anni fiorirono davanti alle botteghe. Devi capire che non c’era da mangiare per i cristiani, figurarsi per gli animali dello zoo, che un tempo era stato il vanto della nostra città. Non c’era più foraggio, per non parlare della carne. Erbivori e predatori deperivano a vista d’occhio, si facevano brutti, spelacchiati, si nascondevano nelle loro tane per l’intera giornata, come se si vergognassero di mostrare le carcasse dimagrate ai pochi bambini che ancora avevano la forza e l’entusiasmo per andare a vederli. Un giorno qualcuno ci raccontò che l’elefante, un grosso bestione di trent’anni acquistato in Tanzania nel periodo d’oro, era morto di fame. Be’, senza bisogno di parlarci e di darci un appuntamento, trasportati solo dallo stomaco e dalle gambe, ci ritrovammo tutti e tre a mezzanotte davanti all’ingresso dello zoo. Era una notte senza luna, con un cielo livido affollato di nuvole grigiastre, e i lampioni del viale erano spenti, per il razionamento dell’elettricità o più probabilmente perché le lampadine erano state tutte rubate da tempo. Girammo attorno al recinto e trovammo un punto favorevole, dov’era un flamboyant dai rami tutti rinsecchiti, ma ancora abbastanza folto da nascondere i nostri movimenti. Uno dopo l’altro saltammo il muretto e tirammo fuori dalle tasche chi la torcia che si era fatta prestare da un amico, chi il coltellaccio rubato al macellaio, chi la sega fornita dal cugino falegname. Lavorammo senza sosta per un paio d’ore».
Guardò i suoi due amici, che sorrisero quasi senza volerlo, come se un rigurgito del vecchio orgoglio li costringesse ad abbassare la testa per non scoppiare a ridere.
«Il giorno dopo il giornale non diceva niente, ma “Radio Bemba”, il tam-tam del pettegolezzo che attraversa tutto il paese come un telegrafo sotterraneo, aveva già diffuso la notizia, colorandola di pittoreschi particolari. Si diceva che quando i veterinari e i custodi dello zoo erano andati a rimuovere la carcassa dell’elefante, avevano trovato solo l’enorme testone, poche ossa, la piccola coda e perfino le preziose zanne, le prime che un ladro avrebbe portato via in qualsiasi altro paese. Tutto il resto era sparito. I sacerdoti della santería discussero per mesi su quale dio yoruba o ifá avesse compiuto il prodigio e quale presagio intendesse mostrare con esso. Le vecchiette che attraversavano la piazza della Cattedrale alle prime luci dell’alba per andare a messa si segnavano timorose. Alcuni, i più vecchi, dissero che l’anima dell’elefante aveva voluto tornare in Africa, come facevano gli schiavi nel ‘600, quando si suicidavano per sottrarre corpo e spirito ai padroni».
«E voi?».
«Noi ce ne stavamo zitti e buoni, al sicuro. Contavamo di nascosto i dollari che avevamo guadagnato vendendo alla borsa nera carne di maiale e di manzo che non era né di manzo né di maiale».